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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Siamo donne, anzi no!

E’ accaduto troppo spesso per essere casuale. Le responsabili di progetti rivolti alle donne proposti da aziende multinazionali – le italiane sono ancora una eccezione – quando mi chiamano per un confronto mi confidano: “Le prime da convincere sono le donne, soprattutto quelle gerarchicamente posizionate più in alto. Non sono molto contente di un progetto che le riguardi.”

La cosa ha assunto un connotato quasi teatrale quando una signora partecipante ad un focus group orientato a raccogliere gli eventuali problemi dell’altra metà del management, ha chiuso la sua presentazione con: “Mi sento offesa ad essere stata invitata come donna. Io qui sono una manager!”.


La frequenza, quindi, merita una riflessione relativamente al perché in alcuni casi essere chiamate in causa come appartenenti ad un determinato sesso possa risultare fastidioso se non addirittura preoccupante e, di conseguenza, quali i pericoli potenzialmente in agguato.


In prima istanza la spiegazione che mi sono data riguarda la fatica che le donne in questione hanno sopportato per definirsi come eguali. In un paese dove l’essere femmina non appare propriamente un vantaggio, come il recente report dell’World Economic Forum sul Gender Gap dimostra, sentirsi dare della “donna” può essere rischioso. Il citato rapporto, che consiglio di scaricare dal sito dell’organizzazione di Ginevra, pone l’Italia ogni anno in posizioni imbarazzanti. Il dato è ricavato da statistiche nazionali comparate e, quindi, difficilmente contestabile, anche se molti osservatori, invece di riflettere su come innalzare l’infima posizione del nostro Paese, si sono affrettati a contestare la metodologia.


Al di là delle statistiche, le donne che lavorano lo sanno benissimo: quando si tira in ballo l’appartenenza di genere, spesso sotto ci sta una fregatura del tipo, voi avete anche la casa, i figli e la famiglia, accontentatevi di una posizione marginale.

Quindi il non riconoscersi nel gruppo può avere una funzione di difesa: abbiamo fatto tanto per ottenere l’uguaglianza, qualsiasi ragionamento che rischi di ributtarci indietro può essere pericoloso.


La difesa, però, non è più giustificabile quando qualcuno si sente “offeso”. In questo caso il sentimento può avere origine dall’essere paragonato a qualcuno di “debole”, che ha bisogno di essere sostenuto. Il rifiuto sdegnato è quindi rappresentabile con una specie di: Grazie, ma me la so cavare da sola! Non abbiamo bisogno di sostegni, di politiche differenziate, di progetti speciali. Siamo come gli altri, se non meglio e possiamo badare a noi stesse.


Nel sentirsi offese si aggiunge però un giudizio di valore e qui si annida il pericolo.


Proviamo a pensare ad una donna, Ilaria, di 40 anni, nata nel nord Italia, che lavora come key account di una società di comunicazione, è sposata ed ha un figlio.

Molte sono le caratteristiche che potremmo aggiungere per definire Ilaria, ma fermiamoci a quelle più significative. Quando pensa a sé stessa, questa donna, come si vede?

L’identificazione, di solito, si percepisce nelle differenze. Se è in un gruppo di giovani, si sentirà tutti i suoi 40 anni; se sarà ad una riunione con i professori della scuola del figlio, sentirà acutamente la differenza delle sue modalità di lavoro, ancorate in un contesto privato e del terziario avanzato; se in un gruppo di uomini, più facilmente si sentirà donna.


Quando però i contesti mutano e si troverà con coetanei, altri elementi emergeranno per differenziare la propria identità. Così in un gruppo di sole donne, difficilmente si sentirà una di loro, ma osserverà diversità di cultura, di attitudini o di interessi.


Giuseppe Mantovani, in un piccolo, ma denso libro dal titolo Intercultura (Il Mulino, 2004) propone di separare le identificazioni mobili, dalle identità rigide. Il suggerimento vale per le culture geografiche, ma anche i due generi, in questo caso, possono essere analogamente interpretati come contesti culturali. Le caratteristiche non devono essere “reificate”, diventare degli attributi fissi e immodificabili, ma d’altro canto, non possono essere ignorate.


Il pericolo, per quanto riguarda il genere, è analogo.

Vi sono persone che interpretano tutti gli accadimenti sociali alla luce dell’essere maschio o femmina. E’ un rimprovero che mi ha fatto qualche tempo fa un amico inglese. Alle mie continue domande sulla condizione della donna in Cina, dove lui attualmente abita, mi ha rimproverato: “Su questa questione delle donne stai diventando un po’ fissata!” . Ho colto il rischio e ho cercato di farne tesoro affrontando altri elementi, nei contesti che via via studiavo, che potessero essere significativi.


D’altro canto esiste il pericolo opposto: nulla è legato al genere.

Essere donne o uomini non importa, i dati sul Gender Gap possono riguardare altre, ma non noi. Se una è davvero determinata e brava, ce la fa comunque.

Una posizione che, dal punto di vista oggettivo, non può essere sostenuta in un paese che ha una percentuale risibile di donne nei consigli di amministrazione, quindi in un luogo di potere per eccellenza.


Dal punto di vista soggettivo, il pericolo è di tagliare una parte dei propri elementi di identificazione. E rimanere orfane di un pezzo di identità, magari non sempre positivo, ma la cui mancanza provoca un azzoppamento, un disequilibrio che, a lungo andare, nuoce.


Sentirsi donna, anche sul lavoro, permette di leggere alcune dinamiche altrimenti incomprensibili, consente di giocare un copione diverso e magari migliore, ma soprattutto lascia accogliere tutte le sfaccettature della propria identità, facilitando uno sviluppo personale sicuramente migliore.


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