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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Le strutture per l’infanzia in azienda

Il primo degli workshop offerti dal Laboratorio Armonia alle aziende aderenti si è quest’anno focalizzato sul tema delle strutture di infanzia in azienda, di quale opportunità rappresentano per le aziende che intendano dotarsene e quali ostacoli sono necessari affrontare.


In premessa è necessario dire che il tema sembra di grande attualità.

La posizione assunta nell’agenda governativa, la risposta dei media che contribuiscono a porre l’argomento all’attenzione dell’opinione pubblica, il rinnovato interesse delle aziende per la responsabilità sociale contribuiscono a creare un clima favorevole, sia al dibattito che a concreti progetti che le aziende stanno realizzando.


E’ bene sottolineare che la costruzione e l’offerta di servizi ai propri dipendenti non è appannaggio di questo secolo. Già negli anni della prima industrializzazione alcuni industriali illuminati hanno operato in questa direzione offrendo, tra i numerosi servizi, anche luoghi per la prima e la seconda infanzia. Per tutte basti citare le esperienze dei villaggi Crespi e Falck.

Con l’avvento del welfare pubblico e generalizzato l’impegno delle imprese private in questo campo si è fortemente ridotto fino quasi a scomparire verso la metà degli anni ’70.


Oggi l’attore pubblico sembra aver preso atto che l’endemica distanza tra la domanda delle famiglie e le offerte di posti soprattutto nel segmento 0 – 3 anno non potrà essere colmata, anche in considerazione della necessità di contenimento della spesa. Per questo un disegno legislativo coerente cerca di spingere le aziende verso la creazione di servizi di questa natura. Sono previste agevolazioni fiscali (legge 18 ottobre 2001) e viene istituito un fondo di supporto per gli asili nido nelle Finanziarie 2002 e 2003. Il quadro viene completato – in alcuni casi - da leggi regionali e delibere comunali, per esempio quella del Comune di Milano, per meglio articolare il sostegno alle aziende che intendano aderire a questa proposta.


Dal punto di vista aziendale esiste in prima istanza un problema di saturamento di posti. Le organizzazioni lavorative che hanno una cospicua densità di persone sono sempre meno numerose. A questo si aggiunge che molti lavoratori e lavoratrici non abitano molto vicino al luogo di lavoro e quindi non sempre sono interessati a far percorrere ai bambini tratti di strada lunghi e caotici per portarli con sé nel luogo di lavoro. Infine, come è noto, la natalità del nostro paese è drammaticamente bassa.

Questo insieme di considerazioni fa comprendere come il numero di bambini potenzialmente interessati all’asilo aziendale non sia molto alto e, soprattutto, è un numero in continuo mutamento in relazione all’età della popolazione lavorativa.


Un’azienda che volesse istituire una struttura d’infanzia dovrebbe in primo luogo calcolare il numero degli utenti potenziali nel momento dato, ma soprattutto in prospettiva temporale.

Dal punto di vista propriamente numerico la struttura legata ad un’unica realtà lavorativa rischia di essere a rischio. Più sensato è pensare ad asili interaziendali o meglio, collegati al territorio e in collaborazione con il comune di residenza.


La scelta tra l’asilo aziendale o in collaborazione con il territorio si confronta anche con due filosofie diverse di approccio. Il primo aggiunge ad una popolazione già privilegiata per rapporto di lavoro continuo e sicuro, un ulteriore elemento di vantaggio, il secondo consente di accogliere anche persone con lavori atipici o addirittura che non lavorano e supporta l’Ente Locale nello sviluppo di una politica di sostegno alla famiglia che sia connessa con il territorio nel suo complesso.



I motivi per cui un’azienda possa decidere di intraprendere l’avventura dell’infanzia sono diversi, ma tutti si basano su una scelta di policy orientata ai bisogni delle persone in senso complessivo e quindi anche a quelli familiari e di conciliazione delle vita professionale e familiare.

Questa scelta di inscrive nei progetti che possiamo definire di “work and life balance”. Sotto questa etichetta possono esistere altre iniziative che, individuando dei bisogni personali non soddisfatti da altri attori nel contesto, cerca di integrarne l’offerta. Entrano in questa tipologia diverse attività: la spesa in azienda, servizi voluttuari quali il parrucchiere, la palestra e così via, fino a sostegni ai segmenti deboli della famiglia, ai bambini attraverso colonie estive, viaggi di scambio e altre iniziative di questo tipo, e anziani con la segnalazione di case di riposo specializzate e professionalmente coerenti con i bisogni delle persone.


Le strutture di infanzia in azienda possono anche essere accolte nei progetti di Social Corporate Risponsibility, progetti di natura più complessiva che si occupano di etica ambientale, correttezza con i fornitori, etica nelle politica di outsourcing e sviluppo di attività rivolte ai propri dipendenti in momenti particolari della loro vita.


I vantaggi operativi correlati alla scelta politica possono essere legati sia ad una migliore gestione del periodo della maternità e ad un rientro in azienda meno traumatico che a migliorare la retention delle persone. Da un punto di vista culturale si manifesta in modo concreto una attenzione aziendale alle persone e alla loro vita familiare, superando lo stereotipo che vuole tutti efficienti e senza problemi nel momento in cui erogano una attività professionale.



Dal punto di vista operativo le scelte di gestione possono essere diverse: quella diretta in cui l’azienda si assume l’onere imprenditoriale di creare e gestire la struttura, oppure quella indiretta in cui vengono coinvolti partner privati o pubblici a cui si delegano parti o l’interno processo.

Questa seconda soluzione è quella più praticata. Essa comporta una partnership con una organizzazione esterna che si impegna a gestire alcune fasi dell’itinerario.

Esistono oggi numerose organizzazioni sia for profit che non che hanno sviluppato una notevole competenza nella proposta di strutture “chiavi in mano”.


Dopo aver delineato gli interessi degli attori pubblici e privati, nonché dei genitori / lavoratori, ci sarebbe un’ultima voce da ascoltare, quella del bambino.

A questa si è cercato di arrivare attraverso l’esperienza della Prof. Susanna Mantovani, pedagogista e autrice di numerose pubblicazioni sui temi dei servizi all’infanzia.

Qualsiasi sia la forma di gestione prescelta esiste un tema “qualità” che deve essere costantemente monitorato sia nelle strutture pubbliche che in quelle private.


Qualità significa in prima istanza l’esistenza di un “progetto pedagogico”, ovvero di un gruppo di persone che si interroghino costantemente su come organizzare l’attività quotidiana, quali opportunità offrire e come mantenere una tensione all’ascolto dei bisogni dei piccoli utenti.

Il rischio è di creare uno spazio di custodia e assistenza anziché un servizio educativo.

Contro la capacità di mantenere un elevato standard qualitativo congiura spesso l’instabilità del personale dovuta a condizioni oggettivamente di minor favore rispetto al datore di lavoro pubblico.


La struttura d’infanzia legata al luogo di lavoro contiene il rischio di una organizzazione oraria legata alle esigenze produttive, relegando in secondo piano i bisogni di ciclicità dei bambini.

Qualsiasi sia l’orario entro cui il servizio viene erogato è necessario mantenere una attenzione costante ai ritmi e ai tempi dei bambini, per garantire loro la costruzione della loro identità.


La qualità, naturalmente, è anche legata alla tipologia di strutture, all’attenzione agli arredi e alla dimensione simbolica.



Infine è necessario sottolineare come vi sia la possibilità di offrire diversi tipologie di servizio.

L’asilo nido è un servizio educativo per bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni. La permanenza è superiore alle 5 ore e prevede la consumazione del pasto. E’ evidente che questa tipologia di struttura è molto costosa, soprattutto quando prevede la presenza di una cucina che presieda alla preparazione dei pasti.


Vi è però anche la possibilità di organizzare degli spazi gioco che possono essere offerti a bambini dai 6 mesi ai tre anni, estendibile anche a fasce di età superiore, in cui lasciare il bambino in situazioni di emergenza, legate alle temporanea indisponibilità delle strutture territoriali o in seguito ad una malattia della baby sitter.


Questa funzione di “emergenza” può essere anche svolta con convenzioni con società o gruppi di operatori che possono essere attivati in caso di necessità. L’azienda in questo caso, oltre ad offrire il legame operativo, potrebbe farsi garante di un controllo della qualità che per il singolo genitore, soprattutto quando non usufruisce in modo continuativo del servizio, sarebbe impossibile.


Per concludere, con l’entrate in vigore delle ultime norme a sostegno, le strutture d’infanzia non sono più un’utopia.

Il principale scoglio operativo è legato all’individuazione dei locali che dovranno avere caratteristiche specifiche, per il resto l’itinerario da seguire non sembra particolarmente complesso.


Però è forse più importante la convinzione nella scelta strategica. Occuparsi di work and life balance e parlarne pubblicamente, mette in gioco l’immagine aziendale anche in relazione ai comportamenti organizzativi. Sarebbe una contraddizione dichiarare di preoccuparsi della vita personale dei propri collaboratori e poi non utilizzare il tempo con criteri di professionalità e non di presenza, valutando i risultati e non l’orario di uscita serale.

Insomma, una scelta di questo tipo esige coerenze che vanno al di là del servizio specifico.






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