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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Le parole per dirlo

La scena iniziale potrebbe essere questa: siamo in una riunione dove si sta discutendo

l’opportunità o meno aderire ad un progetto proposto da un ente esterno pubblico. Il coordinatore

della riunione inizia ad esporre i vantaggi e gli svantaggi di tale scelta. Uno dei presenti si dichiara d’accordo, ma inizia a dubitare della serietà di coloro che hanno fatto la proposta. Il discorso prende una piega valutativa. “Quelli” dell’ente esterno sono gente da pubblica amministrazione poco abituati a lavorare, “loro” anche in altre occasioni non sono stati molto affidabili, “noi” siamo decisamente meglio come innovazione e velocità. La pacata discussione poco alla volta si trasforma in una specie di processo contro coloro che hanno proposto il progetto e quasi non si entra nel merito del progetto stesso.

Irene, seduta al tavolo, ritiene che questo sia un approccio sbagliato. E’ profondamente convinta che quanto si inizia a delineare lo schieramento “noi” contro di “loro”, le conseguenze non possono che essere nefaste per entrambi. Morde la penna, ma non parla. Prepara mentalmente un discorso, ma poi scuote la testa e decide di non intervenire. La riunione, che nel frattempo invece di discutere del progetto, è diventata una specie di processo a “quelli” della produzione, naturalmente assenti, si conclude in modo interlocutorio, senza precisi passi da compiere.


Uscendo Irene mi incontra nel corridoio e mi chiede di andare a prendere un caffé. Con enfasi mi racconta l’accaduto e di quanto ritenga pericoloso un approccio sempre conflittuale nelle situazioni in cui sarebbe invece necessaria, per il bene dell’azienda, una collaborazione. Si rammarica del tempo perso e degli inevitabili slittamenti.

La domanda che le faccio è molto semplice: “Perché non hai esposto il tuo punto di vista?”.

Irene quasi scusandosi mi dice: “Mi sembravano così convinti! Nessuno pareva condividere le mie obiezioni, e quindi non me la sono sentita di fare la prima della classe…”.

La scena potrebbe cambiare in molti modi, altri gli obiettivi, altri i “noi” e i “loro”, altre le azioni arroganti o aggressive che le donne non condividono, ma di cui diventano complici per il silenzio che osservano. E’ allora necessario trovare, come titolava un libro molto diffuso tra la mia generazione, “le parole per dirlo”.

Si tratta di acquisire una competenza che, un po’ alla volta, può essere migliorata.

Per compiere il primo passo bisogna davvero essere convinte che il proprio punto di vista sia

importante, soprattutto se diverso dalle voci che compogono il coro prevalente. Questo coraggio può nascere solo dalla convinzione che ciò che si sta per dire sia utile a tutti e non una strada per ottenere dei vantaggi personali. E’ importante focalizzarsi sulla dimensione collettiva, senza necessariamente sentirsi missionarie, ma essendo convinte dell’importanza relativa del proprio punto di vista.

Questo approccio può aiutare ad abbassare l’intensità emotiva del momento e a conquistare il distacco necessario per iniziare a “giocare”.

Il passo successivo è quello di argomentare, domandare, informare. Non si tratta di un gioco di superiorità / inferiorità, ma di un processo di decisione che sta prendendo una piega sbagliata.

Nell’esempio sopra descritto non era il caso di diventare il caustico avvocato difensore della

produzione, ma una domanda buttata lì, poteva avere il potere di cambiare il corso delle cose: “Scusate, mi sembra che si stia perdendo di vista il vero obbiettivo della discussione...”. Oppure: “E se provassimo a pensare ad una soluzione alternativa o delle argomentazioni per convincerli? Quali sono i vantaggi di lungo periodo per tutti?”


Come insegnano le strategie di influenza personale un approccio morbido, ma convinto, ancorato al merito della discussione, può produrre molti più cambiamenti di uno aggressivo, che impone senza articolare le sfumature.

Poi, quando partono i litigi, bisogna saper intervenire in modo pertinente nel rassicurare circa le paure soggettive, ma rimanendo fortemente ancorati all’oggetto della discussione.

Queste semplici modalità di comunicazione però, hanno dietro delle convinzioni diverse che

emergono nelle negoziazioni maschili e femminili. In primo luogo quali interessi si difendono: troppo spesso i gruppi per abitudine o paura difendono i loro interessi di breve periodo. E’ il caso di piccoli interessi di bottega tra diverse funzioni, mentre l’azienda sta andando a picco in senso generale.


Il secondo aspetto che le donne sanno tenere presente è relativo alle ricadute delle scelte effettuate. Le donne sono più “assennate”, sanno affrontare il limite con maggiore consapevolezza dei colleghi uomini e, spesso, hanno maggiore senso di responsabilità.

Argomentare circa risultati che hanno una ricaduta complessiva e sviluppare un interesse allargato sono modalità da leader, che le donne devono imparare ad esplicitare.

Ecco perché è importante trovare le parole per sviluppare ed argomentare il nostro differente punto di vista. Margaret Heffernan, nel libro recentemente pubblicato da Etas, “La nuda verità” sostiene che mentre nel recente passato obiettivo delle donne era di entrare, attraverso il management, nel gioco del potere, oggi la meta è più ambiziosa e radicale: cambiare le regole del gioco. Se il pericolo, più volte sottolineato, del non esplicitare i propri desideri, di non perseguire i propri interessi per farsa modestia, o per non sufficiente autostima, producono delle conseguenze soggettive quali l’essere pagate meno o avere minori possibilità di carriera, il pericolo di tacere quando si è in disaccordo strategico diventa ancora più grave.

Come sottolinea Amartya Sen, economista indiano e premio Nobel, nel suo libro “Lo sviluppo è libertà”, Mondadori, quando mancano le donne nei posti di potere, non solo si commette una palese ingiustizia, ma difetta un “punto di vista” ovvero quella dimensione qualitativa che può contribuire ad un cambiamento di grande portata. Forse questo può bastare per convincerci a cercare le parole.

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