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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Il coraggio di non essere perfette

I sintomi sono evidenti già nel percorso scolastico: le ragazze tendono ad eccellere, ad avere voti migliori e a studiare con maggiore continuità.

Nel 1981 avviene nel nostro Paese il sorpasso di scolarità (fonte Cisem). Da quell’anno, in termini aggregati le donne sono complessivamente più scolarizzate dei loro coetanei maschi.

Ai miei tempi, scolastici intendo, le ragazze prendevano degli appunti perfetti che i maschi fotocopiavano prendendo poi, a volte, voti migliori. Forse le ragazze moderne si sono fatte meno collaborative?


Lo stesso schema di comportamento prosegue nel lavoro. La relazione deve essere precisa, i supporti visivi curati, esteticamente impeccabili. Il prodotto si presenta nei tempi concordati, anche se bisogna lavorare di notte. Bisogna essere affidabili, serie, coscienziose, magari pagando personalmente nella giostra delle relazioni, senza far pesare a marito e figli l’eccessivo carico di lavoro, alzandosi presto, andando a letto tardi, correndo come disperate tra un impegno e l’altro.


Cosa spinge le donne a non sopportare l’imperfezione? Quali pericoli si intravedono nel non raggiungere l’ideale di sé che si è costruito?

Purtroppo le cause sono plurime, ma la risposta è una sola: armarsi di coraggio per affrontare il drago che distrugge.


Il primo tema è quello della paura del giudizio, soprattutto da parte dell’autorità.

Mia figlia, undici anni, qualche giorno fa mi raccontava di non riuscire ad affrontare il disagio di una lezione non preparata e di una interrogazione negativa per negligenza. Non poteva sopportare una brutta figura!


Traslato nella vita adulta un comportamento apprezzabile può diventare pericoloso: condurre un progetto non per amore del contenuto, per passione personale verso il risultato, ma per paura del giudizio degli altri.


Raccontava una imprenditrice: “Sono talmente preoccupata del giudizio degli altri che entrando in azienda scruto anche il viso del portinaio per capire cosa pensa di me……..”.


In questa attenzione agli altri emerge anche l’eterno stereotipo della donna calma, acquiescente, paziente.


L’ideale di perfezione invade tutte le sfere della nostra vita.

Brave e affidabili sul lavoro e contemporaneamente capaci di organizzare una cena ricercata, curata nella scelta dei piatti e coreograficamente inappuntabile.

Sui temi del femminile casalingo preme anche la divulgazione psicologica della “brava madre”. Merendine preconfezionate? Assolutamente no, troppi grassi, additivi sconosciuti. Torte della nonna (quale? La mia passava la vita nei campi!), prodotti biologici e freschi. Surgelati? Non se ne parla neppure.


Ho lasciato per ultimo, proprio perché più importante, l’altro fattore cardine della schiavitù della perfezione: il corpo.

Lisce, giovani, snelle: nessuna è esente dal tragico metro di paragone.

Recentemente osservavo una fotografia di uno dei primi concorsi di Miss Italia: donne normali, diverse tra loro, chi con qualche coscia più possente, chi opulenta nel tronco. Donne che venivano dal periodo della guerra e da periodi di privazione, donne vere, non Barbie di plastica.

Oggi sarebbero improponibili.


Come sia accaduto che in cinquant’anni l’ideale femminile si sia trasformato diventando sempre più preciso e definito, senza nessuno spazio alle eccezioni, è materia da indagare. Il risultato è quello che descrive Lipovesky (La terza donna, Frassinelli): “Spezzando fisicamente e psicologicamente le donne , facendole perdere la fiducia in sé stesse, assorbendole nelle preoccupazioni estetico-narcisisitche, il culto della bellezza funzionerebbe come una polizia al femminile, un’arma destinata a fermare il suo progresso sociale. Succedendo alla prigione domestica, la prigione estetica consentirebbe di riprodurre la subordinazione tradizionale delle donne” (pag. 199).

Esagerato?


Forse, ma il corto circuito del voler assomigliare ad un ideale irraggiungibile, e di non poterlo fare per dimensione biologica, diventa qualcosa che va oltre la dimensione estetica, per contaminare l’intera esistenza.

Il pericolo, in questo caso, può diventare tragedia. Le storie vissute tra anoressia e bulimia, tra ferri chirurgici e diete allucinanti, ne sono l’eco conosciuto da tutte.


Ecco perché occorre coraggio, un coraggio più grande di quello che serve per affrontare la paura e le sfide della vita professionale. Quello di essere sé stesse, di usare un po’ di ironia sui propri difetti, di realizzare che se non si arriva nel momento esatto e con ogni virgola al posto giusto, forse non è così grave. In fondo gli uomini lo fanno da sempre, e non sembra che ci rimettano.

Di provarci, almeno una volta, a rifiutare la perfezione ad alta voce.

Occorre il coraggio dell’indulgenza, soprattutto nei mestieri di natura manageriale, dove regna l’approssimazione e non la matematica.

Il pensiero corre a Rita Levi Montalcini che ha intitolato la sua autobiografia “Elogio dell’imperfezione”. Un pensiero rassicurante, se le ha consentito di arrivare dove sappiamo.


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