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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Il futuro visto dalla Cina

Con Alessandro Arduino


Il clima d’incertezza è ormai una costante: esperti, professionisti, ma soprattutto la gente comune si chiedono quale sarà lo svolgimento della crisi, la profondità della recessione e le ricadute reali sul tenore di vita, l’occupazione ed in ultima analisi la qualità del futuro.

Le domande che s’intrecciano e le relative preoccupazioni sono però diverse a seconda dei punti d’osservazione del globo e se gli operai di Detroit aspettano il risultato del sostegno governativo nella Cina del grande sviluppo non è facile formarsi un’idea precisa di quanto stia accadendo e, conseguentemente, di quali gli impatti sulla realtà quotidiana.


Gli stessi dipendenti della General Motors di Shanghai sono fieri da qualche mese or sono del loro status cinese tanto da fregiarsene per differenziarsi dalla casa madre, come se la sola dicitura Shanghai dopo il logo GM li schermasse dalla crisi del settore automobilistico e dell’economia in generale. La differenza di base e’ proprio nella fiducia riposta nel governo centrale e nella locomotiva del socialismo di mercato che da trent’anni traina lo sviluppo della Repubblica Popolare di Cina. Fiducia ora messa a seria prova nelle campagne e nelle aree costiere ove la crisi del tessile e’ gia’ arrivata allo stadio terminale.


Anche da occidente, le idee che circolano su quale sarà il ruolo delle economie asiatiche sul futuro globale, sono disparate: si va dall’attesa messianica che esse salveranno il sistema con le loro riserve di liquidità e di consumi ancora in ascesa, fino al catastrofismo di un crollo legato ad un indebitamento estero, soprattutto americano, difficilmente solvibile.


In questa situazione magmatica si possono rintracciare alcuni spunti legati ai dati economici ed agli stimoli governativi già in essere od in progetto, legandoli alla percezione di alcuni osservatori privilegiati, ma anche della gente comune.

Se, come si sostiene, l’economia reale è anche il risultato della somma degli atteggiamenti psicologici individuali diffusi, può essere utile avere traccia di come in Cina le persone, di differenti eta’ ed estrazione, vedono il loro futuro.


Vi sono due aspetti preliminari da considerare quando si pensa alla Repubblica Popolare di Cina: la prima è la capacità di sviluppare progetti a lungo termine, molto più dilatati di quanto l’occidente possa immaginare. E’ importante considerare questo elemento in un momento storico in cui gli USA pagano un prezzo enorme per la sopravvalutazione generale dei tempi brevi se non addirittura brevissimi, un atteggiamento che ha portato migliaia di operatori, spesso non in buona fede, a non alzare lo sguardo oltre l’orizzonte del profitto in pochi giorni, con la conseguenza di non riuscire a prevedere l’effetto sistemico dei singoli comportamenti irrazionalmente egoriferiti.


Il secondo aspetto, ancorato ad una situazione politica contingente, ma molto presente nella cultura collettiva, è la dimensione dirigista, ovvero la possibilità di prendere decisioni anche di natura molto ampia, in tempi brevi e di far seguire ad una moltitudine di persone, i comportamenti conseguenti. Un’idea estranea ai contesti democratici nei momenti di sviluppo economico, ma che in questo frangente di crisi sta’ tornando in auge con particolare riferimento al ritorno keynesiano nella nuova politica economica americana rispetto al puro liberismo dei ragazzi di Chicago, tanto in auge durante la presidenza di Alan Greenspan alla Fed.


Da un punto di vista macro economico i segnali di crisi sono evidenti: l’onda lunga della caduta dei mercati azionari non ha risparmiato la Cina; le borse di Shanghai e Shenzhen hanno subito un drastico ridimensionamento passando dalla vetta dei 6000 punti dell’indice di Shanghai nel terzo trimestre 2007 ai 1800 del quarto trimestre 2008.


Per la seconda volta dopo lo scoppio della bolla speculativa del 1999, il mercato immobiliare si rivela in lento ma costante calo. Inoltre rimane l’incognita della situazione dei crediti non riscossi – bad loans – delle banche cinesi non solo verso i singoli, ma anche nei confronti delle societa’ costruttrici, fortemente esposte ad un riassestamento del mercato. Un tema, quello dei crediti inesigibili, sempre presente ma di cui nessuno degli attori in gioco ha mai quantificato la reale entità poiche’ permette la sopravvivenza delle SOEs , societa’ statali, che occupano ancora una parte non indifferente dei lavoratori cinesi.


La risposta centrale alla crisi non si è fatta attendere e dopo un triennio di tendenza a calmierare l’afflusso di liquidità per contenere uno sviluppo eccessivamente tumultuoso e non governabile attraverso l’innalzamento costo del denaro, la Banca Centrale cinese ha tagliato i tassi d’interesse riportando l’indice al 5.31% su base annua, decisamente più basso del precedente 7.47%, ma molto distante dallo 0% giapponese e dal vicino 0.5% attualmente deciso dalla Fed.


La contrazione dei consumi a livello mondiale ha evidentemente l’aspetto di un siluro lanciato nella fabbrica del mondo: molte aziende cinesi sono costrette a ridimensionare i propri piani, iniziano – anche in questo caso per la prima volta dagli anni ’80, i licenziamenti collettivi. Precursore di questa tendenza, il settore tessile, che gia’ dalla fine del 2007 ha visto un effetto domino nella chiusura di fabbriche nella provincia del Guangdong ed in quella dello Jiangsu. Il settore dell’acciaio segue di pari passo con la chiusura di molti dei piccoli stabilimenti nati durante lo scorso decennio del boom edilizio cui si assomma la tendenza governativa alla fusione dei maggiori produttori per razionalizzare il settore, il tutto con un impatto negativo sull’occupazione.


Per il 2009 le maggiori nubi all’orizzonte si concentrano sul settore aereo e delle commodities, mentre solo nell’ICT con l’apertura delle licenze 3G ed il boom dei nuovi media (online advertising, IPTV etc.) vi e’ ancora uno sprazzo di sole.


Una situazione nuova che preoccupa le persone e gli imprenditori ma in cui si possono vedere due sbocchi, considerando la situazione su tempi medio-lunghi.

La prima risposta possibile è il sostegno al mercato interno ed allo sviluppo dei consumi dei molti che ancora vivono sotto la soglia di povertà.


La Cina, in questo ultimi tre decenni, si è resa protagonista di un fenomeno unico nella storia: l’uscita dall’indigenza di una quantità di persone non immaginabile da ogni previsione. E’ questo un tema che spesso gli occidentali, nei loro sguardi tendenzialmente radicati più nelle loro preoccupazioni che affrancati in una visione obiettiva, tendono a sottovalutare. Un elemento di indubitabile successo di una classe dirigente e di una politica, benché distante dai principi di liberismo economico che l’occidente propugna come universali.


Contemporaneamente non va’ sottovalutata la tendenza cinese di giocare secondo le proprie regole non soltanto in ambiente domestico, ma anche nel mercato comune dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. A partire dal suo ingresso del 2001 nell’OMC la Cina ha sviluppato un sistema da molti definito di barriere non tariffarie atte a discriminare le aziende straniere che tentano di inserirsi nel mercato e nel contempo favorire le esportazioni mediante la detassazione di quote per l’export e sussidi ad hoc, come nel caso delle societa’ tessili del Guandong. Si definisce barriera non tariffaria una trafila burocratica complessa che richiede di produrre innumerevoli certificazioni, da quelle tecniche a quelle fitosanitarie, attraverso un iter volutamente cavilloso e ridondante. Nel contempo molte delle aziende statali continuano a ricevere in maniera diretta ed indiretta sussidi e linee di credito preferenziali in netto contrasto con quanto previsto dagli accordi di accesso all’OMC ed alla possibilita’ di Pechino di essere riconosciuta come economia di mercato in tempi brevi dalla Comunita’ Europea.


Una seconda risposta alla crisi viene dal consolidamento delle imprese ritenute strategiche e dalla gestione dei flussi migratori. Dopo il consolidamento nel settore dell’acciaio che ha visto nel 2008 un calo vertiginoso del valore delle azioni e delle materie prime, seguirà l’accorpamento delle linee aeree.


Nel primo caso si è trattato di uno scambio azionario all’interno dei tre maggiori produttori: Tangshan Iron & Steel Co, Handan Iron & Steel Co e Xinxin Vanadium & Titanium Co., teso all’ottimizzazione del mercato sia in termini di efficienza che in chiave ambientalista con la chiusura degli impianti piu’ obsoleti ed inquinanti. La Cina come primo consumatore al mondo di acciaio, grazie anche allo sviluppo della cantieristica edile, ha visto il nascere di piu’ di un migliaio di piccoli produttori che adesso si trovano a fronteggiare un eccesso di capacita’ produttiva a seguito del rallentamento della costruzione di nuovi edifici. Nel solo 2008 il consumo di acciaio e’ calato quasi del 13% ed il gruppo Baoshan Steel & Iron ha visto le proprie azioni perdere piu’ della meta’ del loro valore raggiunto nel 2007.


Queste tipologie di consolidamento affiancate alla chiusura quasi giornaliera di centinaia di piccole e medie imprese del tessile ed al rallentamento dei lavori nei cantieri edili, hanno obbligato una fiumana di lavoratori migranti a ritornare alle loro città di origine che, pure delle dimensioni di qualche milione di abitanti, vivono principalmente sulle rimesse mensili dei lavoratori migranti che costituiscono la fonte primaria di reddito per le famiglie di giovani ed anziani rimaste in loco. Le autorità si trovano oggi a gestire una situazione non facile, in quanto molti di coloro che desiderano ritornare non trovano più lavoro in agricoltura. I terreni sono stati utilizzati per lo sviluppo edile ed industriale o quelli rimasti ad uso agricolo vengono ottimizzati per evitare una frammentazione improduttiva e con meno necessita’ di braccianti.


Secondo un recente rapporto del Ministero dell’Agricoltura la cifra dei lavoratori ritornati alle proprie famiglie supera gli otto milioni di unita’, mentre secondo cifre non ufficiali del Ministero dell’Industria, dalle 660.000 piccole e medie imprese che hanno chiuso nel 2008 si e’ generato un eccesso di 10 milioni di lavoratori.


Come appare evidente la situazione non si presenta di facile lettura e, di conseguenza, contraddittori sono i sentimenti con cui i cinesi si preparano al futuro.

Da un lato la storia prima dell’apertura al socialismo di mercato ha abituato ai capovolgimenti rapidi e a reazioni inattese, ma dall’altro, lo sviluppo accelerato di questi ultimi anni, la presenza di un gruppo dirigente tecnocratico, in grado di gestire apparentemente con consapevolezza un cambiamento epocale, favorisce la fiducia nella capacità di utilizzare le strategie descritte in modo consono.


In linea con l’azione di altri paesi, anche il governo cinese e’ corso ai ripari promettendo un’iniezione di quattro trilioni di Yuan (585 miliardi di US$) da impiegarsi essenzialmente in progetti infrastrutturali nel prossimo biennio, accompagnati da una riduzione del costo del denaro ed un abbassamento sui dazi per il gasolio.

Questo fa sperare che il richiamo del presidente Hu per uno sviluppo sostenibile non sia solo una dichiarazione di principio, ma che venga perseguita in termini concreti.


Contemporaneamente vi sono milioni di lavoratori che non hanno una percezione di sicurezza del loro immediato futuro. E’ tradizione per i lavoratori migranti ritornare dalle proprie famiglie per il capodanno lunare cinese colmi di doni e con i risparmi accumulati durante un anno di turni massacranti presso lontani cantieri. Per il nuovo anno del bue che ha inizio il 26 di gennaio non si paventa un facile rientro. Per molti di loro, se il viaggio sarà di sola andata, rappresenterà una sconfitta e, soprattutto, la paura che a breve non vi sarà nessuna soluzione all’orizzonte.


Ritorna lo spettro di una fame da poco sconfitta e di una indigenza che si riteneva superata. Se gli investimenti promessi si trasformeranno rapidamente in posti di lavoro le loro domande potranno avere una risposta, ma gli sviluppi infrastrutturali, che peraltro la Cina ha già sistematicamente prodotto negli anni passati, possono costituire un volano in attesa del rilancio di una domanda complessiva.


L’ondata dell’incertezza sul futuro non ha ancora toccato le grandi citta’ ove i giovani perdurano in richieste professionali sovra dimensionate cambiando piu’ impieghi nel corso dello stesso anno alla ricerca di aumenti salariali immediati. Una prima avvisaglia dei tempi in arrivo e’ recepita essenzialmente dai neo laureati che a differenza dei loro predecessori abituati ad essere corteggiati dalle aziende straniere trovano un’offerta di impiego limitata ed indifferente alle loro aspettative.


Le incognite, per concludere, rimangono e stanno minando un patrimonio intangibile di cui la PRC aveva goduto ampiamente in questi anni, la fiducia che lo sviluppo sarebbe stato progressivo e si sarebbe esteso dalle zone costiere più ricche, via via verso le aree più remote. Oggi, questa attesa, è tutta da dimostrare.


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