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  • Immagine del redattoreCristina Bombelli

Differenze di genere: una dimensione culturale

Nota didattica


Indice


1. Premessa

2. Cultura: nascita e modificazione

3. Cosa si intende per gruppo sociale: i confini del gruppo

4. Il genere come dimensione culturale

5. Cultura mappe cognitive e valori condivisi

6. Mascolinità e femminilità come dimensione cultuale di una società

7. Gli stereotipi: mappe cognitive congelate

8. Conclusioni

Bibliografia




  1. Premessa


La lettura delle differenze di genere, piuttosto che di altre differenze che caratterizzano gli individui all’interno di un gruppo sociale, si collega ad una interpretazione o ad una visione del fenomeno stesso della differenza.

In particolare per quanto riguarda il genere, possiamo individuare tre approcci (Chemers, Murphy 1995):

  • approccio strutturale

  • approccio di categorizzazione sociale

  • approccio culturale


Il primo propone una lettura delle differenza più legata alla posizione sociale. Secondo questa visione sono lo status, il potere e le norme a segnare le differenze tra individui, siano essi maschi o femmine.

Il secondo identifica le differenze come una costruzione sociale, risultato dell’operatività degli stereotipi condivisi, relativamente a ciò che è maschile e femminile in una determinata società.

Il terzo, quello culturale, mette in evidenza come i percorsi di crescita e di socializzazione degli uomini e delle donne all’interno di un determinato contesto sociale, avvengano in modo diverso strutturando conseguentemente valori, motivazioni, atteggiamenti e comportamenti diversi.


Il genere è, quindi, la declinazione culturale della dimensione biologica del sesso. Le diversità sessuali si articolano, in ogni società, in comportamenti che sono ritenuti appannaggio dei due sessi, comportamenti che vengono condivisi come maschili o femminili dal gruppo sociale di riferimento.

Per questo motivo, per intraprendere ogni riflessione sul genere, è importante premettere come si creano e come operano le culture all’interno di un gruppo sociale.





  1. Cultura: nascita e modificazione


Ogni gruppo sociale definisce delle regole alle quali ispirare i propri comportamenti. Tali regole possono trovare delle modalità di formalizzazione diventando un corpus giuridico. In questo modo la regola viene imposta al gruppo attraverso delle autorità che ne controllano l’applicazione e possono comminare sanzioni nel caso della trasgressione.

Le regole formali, le leggi, di solito esprimono un “comune sentire” del gruppo che ritiene giusto la trasformazione di usanze in leggi che garantiscono giustizia e uniformità di trattamento.


Questo percorso dal sentimento condiviso alla formalizzazione, oggi può essere diverso in virtù di altri soggetti. Ad esempio una parte della legislazione italiana, poniamo in termini di sicurezza, piuttosto che di pari opportunità, ha oggi una ispirazione Europea, in dipendenza di raccomandazioni o addirittura obblighi che il Parlamento Europeo ritiene di dover dare agli stati membri.

Si può quindi verificare il caso di una legislazione avanzata che funga da stimolo per la società civile in una direzione di cambiamento di comportamenti non ritenuti dalla maggioranza di prioritaria importanza.


Oltre alle regole ufficiali nel gruppo vigono una serie di regole di “appropriatezza” di comportamenti che non sono formali e la cui trasgressione non può richiamare in causa una autorità esterna.

Queste regole costituiscono una materia molto ampia. Si passa delle modalità di relazioni sociali ed individuali (il galateo), agli abiti che è ritenuto appropriato indossare in determinate circostanze, fino ai comportamenti minuziosi e quotidiani.


Diventano “cultura” i comportamenti condivisi che nascono da valori altrettanto condivisi dal gruppo. I valori in ultima istanza riguardano le relazioni tra le persone e tra le persone e l’ambiente (Kluckhohn; Stodtbeck, 1961). Questi valori vengono appresi e interiorizzati fin dai primi anni di vita attraverso i processi di socializzazione, sia in famiglia che nelle istituzioni.


La cultura è quindi un insieme molto composito di comportamenti che affondano le loro radici primariamente nella tradizione del gruppo in esame. Molti di questi comportamenti sono talmente ovvi da essere ritenuti dal gruppo i soli accettabili. Il darsi la mano e dire certe frasi durante una presentazione diventa un comportamento talmente consueto da pensare che sempre gli uomini si siano presentati attraverso quel rituale e che in tutte le culture questa sia la modalità prevalente. La dimensione culturale è quindi prevalentemente implicita.


Una questione centrale riguarda il rapporto tra cultura e comportamento. Ci si chiede, in altre parole, se la cultura sia una sorte di programmazione mentale, che controlla direttamente il comportamento individuale, oppure se la cultura sia piuttosto un sistema di senso comune, localizzato nella rete di comunicazione che lega gli individui, e che ha effetto esclusivamente quando l’individuo è inserito in questo rete.


Su questa questione si possono distinguere due indirizzi di ricerca dai quali si possono derivare diversi concetti di cultura. Gli uni concepiscono la cultura secondo una micro prospettiva che potremmo definire grammatica culturale. In questa prospettiva si ricercano gli scripts e i frames individuali consolidati nel soggetto che, indipendentemente dalle particolarità di una situazione di interazione, possono spiegare il comportamento (Hall, Hofstede).


Gli indirizzi di ricerca che hanno una macro prospettiva, invece, considerano la cultura come un sistema meta individuale (Geertz, Goffman). A loro avviso il sistema culturale dipende da fattori ambientali. Gli oggetti delle ricerche sono relativi a come un gruppo in un certo momento della propria storia e in conseguenza di determinate condizioni, produce e tramanda un comune sistema di senso.


Per spiegare le situazioni di diversità culturale, a parere di chi scrive, dovrebbero essere prese in considerazione entrambe le prospettive di ricerca. Infatti si deve tener presente che all’interno di una comunità formata da una pluralità culturale, nascono nuove forme ibride di cultura che influiscono sul comportamento degli individui almeno tanto quanto la loro soggettiva programmazione mentale derivata dal gruppo iniziale di appartenenza.


Il sistema di valori e di credenze del gruppo si manifesta, ed è quindi leggibile, nei simboli, negli artefatti, nelle manifestazioni artistiche, negli usi, nei costumi e nel linguaggio.


Infine la cultura è dinamica e soggetta ad un cambiamento, magari infinitesimale, continuo. Anche i comportamenti più ovvi e scontati nel tempo si modificano. Ciò avviene per l’influenza che hanno i leader sul gruppo, soprattutto quelli che fanno opinione. A questa influenza si aggiunge quella dei mezzi di comunicazione, delle contaminazioni reciproche attraverso le persone che viaggiano da un gruppo sociale all’altro, delle trasgressioni effettuate volontariamente da alcuni membri del gruppo per evidenziare la stupidità di alcuni comportamenti.



  1. Cosa si intende per gruppo sociale: i confini del gruppo


Delle tante definizioni rinvenibili quella che risponde più' all'approccio adottato da chi scrive è quella di Geertz (1973):

"La cultura è l'intelaiatura di significati nei cui termini gli esseri umani interpretano la loro esperienza e guidano le loro azioni, la struttura sociale è la forma che prende l'azione, la rete di rapporti sociale realmente esistente"

La cultura, per essere tale, deve essere condivisa da un gruppo.


Vi sono modalità di agire, comportamenti e valori assolutamente individuali. Nel momento in cui gli individui vengono in relazione essi condividono un insieme, una intelaiatura di significati, che il più delle volte rimane implicita. D’altro canto, gli individui nascono in un universo sociale, relazionale e sono nutriti ed allevati all’interno di questa rete di significati. La cultura è quindi circolare: passa dall’individuo al gruppo e dal gruppo all’individuo.


Il gruppo non è mai omogeneo rispetto ad un comportamento o valore. Nonostante il gruppo sanzioni l’omicidio, vi saranno sempre dei comportamenti trasgressivi, ovvero vi saranno degli individui che non aderiranno al valore proclamato ed al conseguente comportamento atteso.

L’adesione del gruppo su un determinato valore si può esprimere con una gaussiana. Tanto più elevata è la curva, tanto più il gruppo aderisce al valore ed ai comportamenti che esso inspira; mentre una altezza relativa rappresenta un valore poco condiviso e praticata, quindi una relativa apertura del gruppo a comportamenti devianti.


I confini del gruppo, date le riflessioni precedenti, non sono quindi mai assolute. Si parla dei comportamenti e dei valori degli italiani, dei tedeschi o dei giapponesi, ma naturalmente non tutti gli italiani o i tedeschi o i giapponesi aderiscono perfettamente alle attese.

I confini sono quindi spesso geografici. Naturalmente all’interno della stessa nazione vi possono essere sottogruppi significativi rispetto a determinati valori o comportamenti: caste, classi sociali, giovani o anziani, uomini o donne.

Il gruppo si segmenta, si perfeziona.


Compito della ricerca culturale è identificare quali valori e comportamenti sono oggetto di studio e quali gruppi ad essi si riferiscano.

I confini del gruppo, quindi, non possono mai essere dati una volta per tutte, ma vengono definiti in relazione all’oggetto di studio.

Un lettura importante che può essere data a livello aziendale è la lettura culturale del gruppo “azienda” i cui confini possono segnare per i comportamenti lavorativi e organizzativi, dai tratti assolutamente peculiari.




  1. Il genere come dimensione culturale


Tra i tanti comportamenti e valori che il gruppo condivide di primaria importanza vi sono i comportamenti relativi al genere.

Una parte particolare del programma mentale degli individui dipende dal fatto se essi siano nati maschi o femmine.

Come la nazionalità, il genere è una caratteristica involontaria: non ci viene chiesto prima dove vogliamo nascere, in quale nazione e a quale genere vogliamo appartenere.


Le caratteristiche di genere, così come la caratteristiche nazionali, sono largamente inconsce. Entrambe sono apprese e non innate, ma apprese in tempi così remoti ed in modo così diffuso che rende i soggetti difficilmente consapevoli delle possibilità di altri valori e forme di comportamento.

La socializzazione avviene all’interno di un modello di genere che contribuisce a formare l’identità individuale.


A livello sociale potremmo affermare che le differenze di genere riguardano la posizione relativa assegnata al maschile e al femminile nella organizzazione della vita e del lavoro.


Questo riguarda la famiglia, con i compiti ritenuti ovviamente appannaggio del maschile e del femminile, ma anche le organizzazioni in generale con i percorsi di segregazione di lavori ritenuti maschili e femminili.

Le idee relative al genere sono quindi pervasive di ogni ambito sociale in cui convivono uomini e donne. Esse sono una risultante delle continue transazioni comunicative che avvengono tra i diversi individui. Potremmo dire che le differenze di genere, come rappresentazione condivisa del maschile e del femminile all’interno di un società, sono il frutto di una continua “negoziazione” tra i diversi soggetti e il gruppo sociale di appartenenza.


In questo senso anche gli stili di comunicazione sono influenti. La comunicazione produce, riflette e riproduce una cultura di genere che attraversa in modo implicito le transazioni comunicative tra i diversi soggetti.



5. Cultura mappe cognitive e valori condivisi


Nell’interazione individuo – individuo e individuo – gruppo che abbiamo descritto una funzione importante viene svolta dalle mappe cognitive o mentali.

Possiamo definire le mappe cognitive o modelli mentali, il software di cui ciascuno dispone per confrontarsi con la realtà.

Le mappe cognitive hanno innanzitutto la funzione di orientare l’osservazione. Nella pluralità degli input sensoriali che ciascun soggetto

governa, viene operata una selezione dovuta all’attenzione, all’interesse ma anche alle conoscenze di cui ciascuno dispone (Codara, 1998).


Osservando delle gocce che cadendo in un bicchiere di liquido di colore viola lo fanno scolorare fino a trasparenza, la reazione di una persona può essere di stupore, quasi in presenza di una magia, piuttosto che di consapevolezza di un fenomeno chimico ancorché ignoto. Infine un individuo con le conoscenze necessarie sarebbe in grado immediatamente di identificare un viraggio dell’indicatore fenolftaleina dall’ambiente basico a quello acido.

In conclusione possiamo vedere ciò che almeno in parte possediamo nel nostro bagaglio cognitivo, costruendo la realtà con i nostri processi mentali, piuttosto che subendola come dato oggettivo.


Secondo Huff (1990) le mappe mentali consentono:

  • di prestare attenzione, di governare associazioni e di mettere in ordine di priorità informazioni ricevute

  • di ordinare le stesse informazioni in categorie o tassonomia

  • di leggere influenze reciproche, legami causali e modalità dinamiche

  • di costruire strutture logiche argomentative e di trarre delle conclusioni


Appare evidente dalle considerazioni sviluppate che la realtà deve essere continuamente filtrata, osservata ed interpretata per poter decidere, sia a livello individuale che di gruppo, delle risposte appropriate di comportamento.

Nella dimensione aziendale, che è il nostro fuoco di osservazione prevalente, sono moltissimi i momenti in cui diversi soggetti si devono confrontare a livello cognitivo nei diversi ambiti sopra descritti.


Questa sommaria rappresentazione della dimensione di contenuto all’interno di uno scambio comunicativo serve per poter comprendere i potenziali conflitti che possono rendere difficile la comunicazione.

Percezioni diverse, classificazioni divergenti, diagnosi causali di diversa natura sono tutte fonti di confronti, anche aspri, che devono essere risolti nella dinamica della comunicazione.


Il confronto tra diverse mappe cognitive è tanto più difficile quanto queste sono peculiari e/o specialistiche. Nella comunicazione tra un esperto di sistemi informativi e l’utilizzatore degli stessi, l’efficacia della comunicazione dipenderà da quanto il primo riuscirà a rendere terminologie e modelli interpretativi all’altezza della relativa incompetenza del proprio interlocutore, instaurando delle convenzioni semantiche condivise. D’altro canto l’utilizzatore dovrà avere una disponibilità di apprendimento nell’affrontare un territorio nuovo e quindi nella dotazione di mappe che dovrà soggettivamente costruire. L’esempio fa comprendere come gli ambiti di conflitti di contenuto siano tanto più elevati quanto è distante la specializzazione degli interlocutori.


Le mappe cognitive condivise dal gruppo possono essere definite la cultura del gruppo stesso.




6. Mascolinità e femminilità come dimensione cultuale di una società


In una ricerca internazionale molto estesa relativa ai valori culturali, Hoftede ha identificato un'unica dimensione culturale su cui gli uomini e le donne intervistati ( più di 40.000) discostano sensibilmente.

Analizzando le risposte alla seguente domanda: “Provate a identificare tra diversi fattori quelli che costituiscono un lavoro ideale secondo il vostro punto di vista?” trovò una polarizzazione delle risposte.


Per il punto di vista maschile erano molto importanti:

  1. Il guadagno e l’opportunità di migliorarlo

  2. Il riconoscimento inteso come l’ottenimento di approvazione conseguente ad un lavoro ben fatto

  3. La carriera come opportunità di conquistare posizioni più elevate nella gerarchia aziendale

  4. Le sfide relative ad un lavoro che dia la possibilità di misurarsi


Dall’altro lato, dal punto di vista femminile, si dava più importanza ai seguenti aspetti:


  1. Lo stile del superiore gerarchico e la conseguente buona relazione che ne consegue

  2. La cooperazione, intesa come stile prevalente diffuso nel gruppo di lavoro

  3. La sicurezza del posto come possibilità di lavorare con la stessa azienda per un lungo periodo.


Nessuno degli altri elementi analizzati da Hofstede che sono distanza di potere, individualismo vs collettivismo, aggirare l’incertezza, mostrano una così grande differenza al maschile e al femminile come le attese relative al lavoro. In particolare gli uomini enfatizzano i punti 1 e 3, mentre le donne il 5 e il 6.


Da queste considerazioni Hofstede definisce la mascolinità e la femminilità come categorie di analisi di un contesto.

La prima la identifica con la capacità prevalente di essere assertivi, razionali e orientati al successo materiale; viceversa la femminilità di un contesto definisce il grado di empatia diffuso, la cooperazione e l’orientamento alla qualità della vita.


Queste sono delle caratteristiche riscontrabili in una realtà organizzativa indipendentemente dalla composizione di genere prevalente. Anche un contesto con molti uomini presenti può avere, per particolari motivi di formazione culturale, un orientamento femminile. Così come un contesto con molte donne può strutturare comportamenti prevalentemente maschili.




7. Gli stereotipi: mappe cognitive “congelate”


Quando si utilizza una mappa mentale ed in particolare una mappa bipolare del tipo uomini/donne, bianchi/neri, nord/sud, il rischio dello stereotipo è sempre in agguato.

Cosa trasforma una mappa mentale in uno stereotipo? L’utilizzo rigido, esclusivo, che non tiene conto delle “code” della gaussiana.

La riflessione che stiamo proponendo tenta di dare corpo ad un disagio che spesso viene espresso da coloro che si avvicinano agli studi di genere.


Definire qualche cosa, una attitudine piuttosto che un comportamento, come maschile o femminile, viene spesso contestato da coloro che pur essendo maschi o femmine non si riconoscono come aderenti a quella aspettativa di comportamento. Non tutti gli italiani cantano, mentre nel modo gli italiani vengono immediatamente identificati per le loro abilità canore. Non tutti gli italiani sono mafiosi, ma nell’immaginario americano non c’è italiano che non abbia qualche attinenza con il fenomeno in oggetto.

Lo stereotipo è una mappa mentale che si solidifica: diventa esclusiva ed estensiva. Lo stereotipo è semplice perché consente di semplificare artificiosamente una realtà troppo complessa da elaborare, spesso lo stereotipo è non accurato e esagerato (Trompenaars, 1994).


Il problema vero sorge quando alla potenzialità di classificazione delle mappe cognitive e degli stereotipi, si aggiunge un giudizio di valore.

Dopo aver segmentato la popolazione in bianchi e neri, si aggiunge una connotazione negativa all’essere neri ed allo stereotipo si associa un pregiudizio.

Questo può accadere anche per aspetti molto semplici della vita quotidiana. Se il gruppo ritiene un determinato comportamento ad esempio vestirsi in modo poco formale ad una riunione di lavoro, inaccettabile, coloro che praticheranno questo comportamento saranno giudicati negativamente.

Poco importa se nella cultura di origine della persona che si comporta in modo inaccettabile, tale comportamento è assolutamente ovvio. Da qui la sterminata serie di potenziali malintesi tutte le volte che persone originarie di culture molto differenti fra loro, lavorano, ma soprattutto vivono, in modo contiguo.


Si definiscono etereostereotipi quelli appartenenti ad un gruppo diverso, al di fuori dei confini tracciai ed autostereotipi quelli interni ai confini del gruppo.


In uno studio attuato in 25 nazioni Williams & Best hanno studiato le differenze relative agli stereotipi sessuali evidenziati dal modo in cui gli individui descrivono sé stesi e il proprio ideale di sé.

E’ stato evidenziato come nel sé ideale al maschile lo stereotipo della “mascolinità” sia più diffuso che nell’universo femminile

D’altro canto entrambi, uomini e donne, hanno un sé ideale molto più maschile del sé reale, con una dimensione di tendenza di “androginità” del femminile.


8. Conclusioni


Affrontare le differenze di genere significa addentrarsi in un universo culturale.

Occorrono quindi diversi equilibri: bisogno leggere molto attentamente la realtà prima di giudicarla, bisogna soppesare con accuratezza gli eventuali stereotipi, infine bisogna evitare di appiattire le differenze.

Fatte queste premesse è molto interessante osservare come la mascolinità e la femminilità cambiano nelle diverse nazioni e, all’interno dei diversi contesti geografici, cambiano nel tempo.


Sono molte le conseguenze della visione del maschile e del femminile nelle diverse società: la divisione sociale del lavoro, il livello di condivisione del lavoro domestico, la possibilità di accedere a determinate posizioni, e così via.

Nella società occidentale spesso di tratta di sfumature. In altri contesti nascere maschi o femmine può significare molto di più: a volte la possibilità stessa di sopravvivere.





Bibliografia


Chemers, M. & Murphy, S. (1995)

Leadership and Diversity in Groups and Organizations, in: Chemers, M.M. & Oskamp, S. & Costanzo, M.A. (eds.) Diversity in Organization New Perspectives for a Changing Workplace. Thousand Oaks: Sage, p.157-190

Codara L. (1998) , Le mappe cognitive, Carocci Editore, Roma

Hall, E. (1976) Beyond Culture. Garden City: Doubleday

Hofstede, G. 1991 Cultures and Organizations Software of the mind, London McGraw-Hill

Huff A.S (ed.) (1990) Mapping Strategic Thought, Wiley, New York

Kluckhohn, F & Strodtbeck, F. (1961) Variations in value orientation. Evanstone: Row/Peterson

Geertz C., (1973) Interpretazione di culture trad. it. Il Mulino, Bologna, 1987

Geertz C., (1983) Antropologia interpretativa trad. it. Il Mulino. Bologna,

Goffman E., (1969) La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino Bologna

Trompenaars, F. (1994) Riding the Waves of Culture Understanding Diversity in Global Business. New York: Irwin

Williams, J. E. & Best, D. L. (1990) Sex and Psyche, Gender and Self viewed cross-culturally. Newbury Park Sage

Wodd, Julia T. (1996) Gender, Communication and Culture, in: Samovar, L. / Porter, R.E. A Reader, 8th ed., Belmont Wadsworth, 164-174


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