Gli stipendi dei giudici

03 mag
maggio 3, 2013

I giudici, li stessi che non si fanno valutazione le prestazioni (vedi post precedente) si sono  dati un aumento del 5%. Ora lo stipendio varia dai 132.193 della magistratura ordinaria ai 182.287 della corte dei conti (fonte Sole 24 ore del 2.5). Tutti li prendono, indipendentemente dai risultati. E naturalmente prendi di più se sei pià vecchio, in virtù di quegli “scatti di anzianità” che roviano quasi tutti i contratti collettivi. Tra l’altro, chi conosce la categoria, sa anche quante ferie hanno.

Sono cifre che, se confrontate con qualsiasi azienda privata, fanno inorridire. Io chiederei anche per istituzioni e la pubblica amministrazione un sistema di confronto, quelle indagini retributive che consentono di paragonare posizioni diverse che sono in uso nel settore privato. Perchè poi ciascuno rincorre l’altro, e queste retribuzioni diventano la norma, così come lo sono diventate quelle per i mega CEO che prendono cifre allucinanti.

Affrontare questi temi con un minimo di competenza tecnica che la gestione del personale ha costruito in questi anni consentirebbe un po’ più di equità.

Se poi vogliamo guardare il tema dal punto di vista delle responsabilità direi che, cari giudici, non era proprio il momento di fare questa scelta.

La valutazione fa paura?

01 mag
maggio 1, 2013

Sul Corriere di oggi il no del CSM alla proposta del capo della Procura Bruti Liberati che chiedeva una valutazione della professionalità dei PM da parte dei giudici. La valutazione viene sempre rifiutata, in nome di principi diversi, ma con i medesimi effetti devastanti.

Se un’organizzazione non si pone degli obiettivi e poi non li valuta, finisce nel caos (e forse la magistratura ne è un perfetto esempio, visto che siamo uno dei paesi a più alto tasso di inefficienza  in questo campo). Ovviamente, subito dopo la valutazione organizzativa vi è la valutazione di prestazione che ha un duplice significato: da un lato aiuta l’organizzazione a mettere le persone giuste a posto giusto, dall’altro aiuta le persone a migliorare la propria prestazione. Il feedback è necessario per qualsiasi sistema organizzato, senza di esso ci sono consorterie che si proteggono e inefficienze paradossali.

Eppure questo non si capisce nella PA  e in molte istuzioni. Nella scuola è stata una battiglia impari, non ancora vinta del tutto, in nome da un lato di un lavoro invalutabile (??), dall’altro della libertà di insegnamento.

Credo che il tema della libertà sia uno degli ostacoli per valutare l’operato della magistratura. Ma non bisogna essere dei geni per capire che la libertà è di contenuto, mentre la valutazione va fatta sul modo di lavorare e sulla produttività, altra parola osteggiata da moltissime parti. Senza questa capacità diffusa il nostro povero paese non uscirà delle secche in cui si trova, perchè troppo settori e conseguentemente, troppe persone, si sentono al di fuori da ogni valutazione.

Tutte uguali?

28 apr
aprile 28, 2013

Il “Corriere” di ieri mette in luce, forse come nota di colore, che le partecipanti al concorso miss della Corea del Sud sono “tutte uguali”. A riprova mette un slideshow che, sfogliato attentamente, mette in luce molte differenze tra le partecipanti.

Il fenomeno è interessate: i miei amici cinesi mi dicono che non riscono a distinguere le fattezze degli occidentali perchè a loro sembrano “tutti uguali”. La stessa cosa capita a chi viaggia in un paese asiatico, senza fermarsi a lungo. E’ la stessa trappola in cui cade il Corriere: le caratteristiche fisiognomiche di un popolo annegano, alla vista del molto diverso, le differenze.

Ovviamente le coreane sono tutte scure di capelli, che sono forti e dritti, hanno il corpo minuto, i fianchi stretti e i seni piccoli. Ma se si guardano le foto si vedrà che molte sono le differenze, basta cercarle. Certo  non cercate una bionda platino o una prosperosa robustona.

Questo episodio descrive un classico della visione della differanza: da fuori è facile fare il mucchio, dire che un gruppo è tutto uguale. Solo dall’interno, in questo caso convivendo a lungo con popolazioni diverse, che si colgono le differenze, anche se sottili.

 

http://www.corriere.it/esteri/foto/04-2013/miss-sorelle/foto/corea-sud-quelle-miss-tutte-uguali_d3300bda-ae60-11e2-b304-d44855913916.shtml#6

 

Decisioni e responsablità

24 apr
aprile 24, 2013

Lo spettacolo piuttosto imbarazzante dei deputati e senatori che applaudono il presidente Napolitano mentre fa di loro un ritratto poco lusinghiero, per non dire peggio,  fornisce qualche riflessione.

La mia prima impressione è che, quando si tratta di decisioni complesse e prese da un gruppo molto ampio, il rischio è che nessuno si senta responsabile. Ciascuno può, ragionevolmente, attribuire agli altri la responsabilità, perchè avverte come un senso di impotenza in una situzione oggettivamente caotica. Di conseguenza ciscuno si sente legittimato a sparare sul vicino, anche dello stesso partito, attribuendo a lui / loro il fallimento.

La domanda è come se ne esce. In primo luogo, purtroppo, è mancata la leadership, intesa come capacità di visione, di guardare oltre i singoli interessi (di partito, di casta, individuali…) per aggregare ad un livello più alto. In questo Napolitano è maestro, ma pochi sono gli allievi diligenti. L’altro elemento è la consapevolezza dei confini di responsabilità: se il risultato non sarà esattamente quello che io o il mio gruppo ci siamo prefissi, dobbiamo però mantenere degli elementi di “disciplina” per non mandare in vacca quel poco che stiamo raggiungendo.

In questo campo, come diceva mia mare, “un bel tacer non fu mai scritto”. Invece, complice il narcisismo mediatico, tutti vogliono dire la loro, sparando sul vicino.

I leader positivi e competenti putroppo non si inventano, e questo mondo complicato ne ha un gran bisogno,  ma la disciplina fa parte del buon senso e dell’educazione, forse più facile da ottenere.

 

 

 

Si vive troppo?

18 apr
aprile 18, 2013

“Si vive troppo” diceva Rita Levi Montalcini, e aggiungeva “se tutti vivessero come me, non ci sarebbe spazio per i nuovi nati”. Ma la sua vita è stata intensa ed utile fino alle fine.

Oggi mi ha fermato una signora che da un anno vive con noi alla Fondazione. Un po’ di chiacchere sul tempo e poi, anche lei. “Si vive troppo…”. Mi racconta che è sola, il marito è molto qualche anno fa, anche lui nella nostra realtà. E poi, improvvisamente, il figlio, di 63 anni, l’anno scorso.

“Non ho capito più niente….” aggiunge. Qui si trova bene, ma il dolore di quella perdita è una costante. Per noi  che siamo vicini gli anziani questo è un tema ricorrrente. Nel divario di aspettativa di vita tra donne e uomini, che nelle statistiche è solo di 5 anni, nella realtà si consolida in storie di vita femminili che sempre più spesso devono fare i conti con la perdita dei propri figli, ormai adulti. Ma il dolore non cambia.

Abbiamo continuato a chiaccherare del tempo, dei fiori e della primavera, ma quando incontro queste donne, che sono sempre di più, so che il loro pensiero è altrove.

Un tema legato all’invecchiamento che non avevo ancora messo a fuoco, ma che ora mi sta diventando chiaro. Un’altra, delle numerose sfide della vita, che noi donne dobbiamo attraversare.

Il processo e il risultato

07 apr
aprile 7, 2013

Dopo tanti anni di attività ancora non mi rendo conto del perchè la nostra cultura organizzativa non è mai collegata ai risultati, ma esclusivamente attenta ai processi. Faccio degli esempi: nella Fondazione di cui sono presidente abbiamo avuto, nell’ultimo anno, circa 22 ispezioni di diversi enti di controllo. Cosa buona e giusta il controllo perchè dovrebbe impedire nefandezza di qualsiasi tipo. Ma…. alcune di queste ispezioni sono state effettuate da persone competenti e di supporto che ci hanno dato consigli validi per il perseguimento dei nostri risultati (diciano il 30%), le altre erano inutilmente burocratiche, alcune svolte con un atteggiamento decisamente persecutorio, con una caccia al dettaglio – peraltro presente nella norma – degna di miglior causa.

In alcuni casi, funzionari della stessa agenzia, ci hanno dato indicazioni contradditorie, per cui abbiamo dovuto arraggiarci sperando nel fato o nel Signore, a seconda delle credenze.

Dal canto loro, alcuni sindacati, sono i cacciatori di irregolarità: hai chiesto questa prestazione, ma essa è contemplata dal famoso mansionario, uno degli strumenti più incredibili mai inventati perchè spezza la prestazione dei singoli in sequenze (retaggio del fordismo) e se nell’elenco se ne dimentica qualcuna, scatta il contezioso.

Il risultato è una situzione in cui tutti perdono: gli utenti / clienti che non hanno un servizio migliore, i collaboratori che si concentrano sui dettagli e perdono di vista l’insieme, base indispensabile per la motivazione, coloro che organizzano perchè sono occupati a sistemare inezie burocratiche non hanno tempo di pensare all’innovazione.

Siamo davvero tutti dei grandi burocrati quando pensiamo che i comportamenti lesivi siano contenuti dalle regole, invece che guardare, semplicemente ma più efficacemente, i risultati.

Noi e loro

23 mar
marzo 23, 2013

“Non voteremo nessuna proposta di legge proposta da loro” … E’ un ritornello che ritorna, insistentemente. E che mi fa pensare ad una barca che affonda e a un naufrago che dice: ” Non salirò su questa scialuppa, perchè sono contro i membri dell’equipaggio!

Peccato che non affonderà solo lui, ma tutti gli altri insieme. L’atteggiamento noi  / loro è sempre in agguato, ma ci sono persone che lo vedono solo parzialmente. Chiarissimo nelle situazioni di apartheid, dove tutti i politicamente corretti si schierano contro, diventa più sfumato in altre situazioni. Un esempio personale: in una delle prime trattative con un rappresentante sindacale, dopo urla e strepiti indegni di una persona civile, riassunse il tono compunto del fustigatore dicendomi: Io non ce l’ho con lei personalmente, ma con il ruolo che rappresenta. E quindi sarò sempre contro di lei.

L’apoteosi di questo atteggiamento è stata la deputata che non ha stretto la mano a Rosy Bindi, perchè se no si contaminava?

In questi casi il denominatore comune è: non apriamo tavoli di confronto, non entriamo nel merito, non cerchiamo di cogliere quali siano gli spazi di manovra delle diverse nostre opinioni, magari sostanziate da dati diversi, ma rimaniamo sul solco noi / loro, abbarbicati alle nostre posizioni.

Credo sia inutile sottolineare quanto questo, in ogni situazione, sia devastante, semplicemente perchè non si entra nel merito e quindi non c’è dialogo, presupposto essenziale per ogni democrazia.

E questo fa parte della gestione della diversità, perchè la capacità di accogliere le opinioni diverse non è solo un presupposto antidiscriminazione, ma anche competenza base del costruire. Se no continuiamo solo ed esclusivamente a distruggere.

Le molestie del potere

23 feb
febbraio 23, 2013

E’ opportuno riprendere la vicenda del “siparietto” del grande politico  e della signora che ne è stata oggetto, che non cito, pechè giustamente vuole ritornare nel silenzio, da un punto di vista della vita aziendale.

In primo luogo questa società, la Greenpower (e questa la cito) che promuove in una convention un politico in piena campagna elettorale. Come dire ai suoi collaboratori: dovete votare costui. La cosa è grave, gravissima, ma nessuno sembra rendersene conto. E’ una prima “molestia del potere” che non è stata ripresa dai commentatori e che penso sia da sanzionare. I limiti del potere di un datore di lavoro, in questo caso, si superano ampiamente, costringendo le persone che per lui lavorano a riverire un politico. E la cosa vale naturalmente non per il politico in questione, ma per qualsivoglia partito. Insomma, vanno ben tracciati i confini tra quello che in un contratto, non solo  giuridico, ma anche psicologico, viene chiesto ai “dipendenti”.

In secondo luogo la vera e propria “molesita sessuale”: basta rivederlo quel “simpatico siparietto” per capire le dinamiche del potere. Il vecchio ricco, potente e arrogante che gioca con il topolino che si trova in quello che si psicologia si chiama un “double bind”, un doppio legame, in cui qualsiasi strada si sceglie è sbagliata. Ci si può ribellare e mandare il tipo a stendere, ma poi, come è accaduto, si direbbe: ma come sei permalosa…. Oppure adeguare sorridendo forzatamente, aspettando che il potente finisca la sua esibizione (quello che mi è fatto veramente male al cuore è stato l’ultimo: si giri…. guardatelo per credere).

Quante donne mi hanno raccontato eventi simili?Quante giovani si sono travate nella imbarazzante situazione di non sapere cosa fare? Una mi diceva, una volta, “Avrei voluto essere meno bella…”.

Molte aziende, nei loro corsi, hanno iniziato a discutere con i maschi per aumentare la consapevolezza maschile circa il sottile confine delle molestie: la barzelletta sporca, il linguaggio da trivio, la battuta sessuale. Ma in questo caso il sottile confine è stato ampiamente superato ed è ora di spiegare che di queste cose, noi donne, non ne possiamo più,  qualsiasi partito votiamo. O no?

Riassumere le donne dopo la maternità?

21 feb
febbraio 21, 2013

E’ buona nuova che una nota società di consulenza ammetta che l’allontamento  delle donne  dopo la maternità  costituisca una perdita di “talento”.

Finalmente ci si rende conto che le persone non sono fungibili tra loro, ma che nella società della conoscenza sono, appunto, le conoscenze il valore che apportano un tassello in più a quella catena che poi costituisce l’eccellenza. Il tema della maternità è stato, nel passato, ingigantito tanto che, non molti anni fa, un’altra società di consulenza (di cui non farò il nome per correttezza) non diede la qualifica di partner ad una donna che rientrava nei criteri, perchè “dopo il figlio non avrebbe più potuto dare la stessa dedizione”.  Oppure quell’altra donna, alla direzione del personale di una società americana, che si vide abbassata la valutazione del potenziale di molto, dopo il figlio (con l’ingenuo Amministratore Delegato che disse, testualmente, “ma tu ora, cosa vuoi fare”?

Bene, mi  pare davvero importante che ci si  pensi. Ma ricordo anche che le società di consulenza, e non alludo solo a quella che si sta visibilmente impegnando sul tema del femminile, hanno spesso dei ritmi di lavoro, per uomini e donne, che sono al limite del tollerabile. Si crea una comune visione della serie “più lavoro e più sei figo” che costitusce spesso un confine, neanche troppo sottile, tra chi ci sta e chi se ne deve andare. E’ un po’ una logica iniziatica che raccoglie i “migliori” ovvero quelli omologhi ai comportamenti ritenuti “vincenti”. Cosa che non riguarda solo le società di consulenza, ma anche altri ambiti in cui l’iper lavoro è diventato la norma.

Qui le donne madri non ci stanno, sono “atipiche”, non conformi. E nelle numerose voci che mi è capitato di raccogliere tra le ammesse in questo tipo di contesti organizzativi, prevale la lucida consapevolezza: Ci sto fino a quando non avrò un figlio, poi cercherò un lavoro più consono.

Questo significa che le madri che se ne vanno sono una spia di un modo di lavorare spesso costruito solo per identificarsi, ma non sempre realmente produttivo. Speriamo quindi che questa riflessione serva per un orizzonte più ampio, per organizzare il lavoro in modo radicalmente diverso ora che le tecnologie lo consentono.

Le produzioni tornano a casa

08 feb
febbraio 8, 2013

Interessante lo special report dell’Economist del 19 gennaio, Outsourcing and Offshoring, che descrive la tendenza del ritorno all’ovest di molte produzioni delocalizzate. L’esempio più eclatante è Lenovo, produttore cinese di pc che aveva acquistato la parte hardware da IBM, che sta aprendo una fabbrica nel Nord Carolina. Giustificazione: meglio essere vicini al mercato e personalizzare i pc per la destinazione locale. Finalmente ci si accorge che i prodotti di massa sono comodi per i produttori, ma i clienti vorrebbero un’attenzione più specifica.

A questa considerazione se ne aggiungono altre: il differenziale del costo del lavoro si è drammaticamente ridotto (e tendenzialmente lo sarà anche di più), sono aumentai i costi di trasporto, c’è una differenza di qualità nel modo di lavorare. Erano esattamente le obiezioni che molti facevano alla febbre di delocalizzazione che ha colpito l’occidente avanzato, in un cupio dissolvi sostenuto dalle solite società di consulenza strapagate. Oggi, forse, il buon senso sta riemergendo, facendo capire che anche le aziende vanno viste nella loro specificità, o diversità, e che ciò che è buono per l’una, forse non vale per l’altra…

Il risultato di questa tendenza è già visibile negli USA, dove l’occupazione sta tornando a crescere, ma non ancora in Europa. Il report dell’Economist lo spiega: in Europa vi sono ancora troppe rigidità e, soprattutto, troppa burocrazia….

Già, l’Italia in questo è un campione….